AFRICA/MALI - Verso le elezioni presidenziali con “una mentalità nuova per un nuovo Mali”
23/07/2018

Bamako - Domenica 29 luglio si svolgeranno in Mali le elezioni presidenziali. L’attuale presidente, Ibrahima Boubacar Keita, capo del partito socialdemocratico Rassemblement pour le Mali , e il leader dell’opposizione, Soumaila Cissè, della Union pour la république et la démocratie , sono i principali contendenti, a cui si affiancano altri 22 candidati. Il presidente viene eletto a maggioranza assoluta, con un mandato di 5 anni, utilizzando il sistema a 2 turni. Nel caso nessun candidato raggiungesse la maggioranza si passerebbe al ballottaggio.
Da lungo tempo il Mali vive in un clima di tensione e di violenza, intensificatesi nell’ultimo periodo, per gli scontri con vari gruppi terroristici anche di matrice islamista e quelli inter-etnici. Le autorità di governo hanno comunque annunciato che le elezioni del 29 luglio si svolgeranno in un clima di stretta sorveglianza, con l’impiego di oltre 30.000 uomini delle forze di sicurezza e di difesa, al fine di proteggere i candidati e le operazioni di voto.
Secondo il rapporto delle Nazioni Unite sull’insicurezza alimentare, la violenza ha causato un’emergenza umanitaria tale per cui 4,3 milioni di persone dovranno fronteggiare gravi mancanze di cibo tra giugno e ottobre 2018, e almeno 1 milione avranno bisogno di assistenza alimentare di emergenza. Risulta inoltre che più di centomila maliani si siano rifugiati in Niger, Mauritania e Burkina Faso e altri 52mila abbiano cercato sicurezza spostandosi internamente, nel Sud del Paese.
Stato dell'Africa occidentale, situato all'interno e senza sbocchi sul mare, il Mali si colloca nelle ultimissime posizioni della graduatoria dell'Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, al 175° posto. Le condizioni di vita sono precarie per la maggior parte della popolazione, come confermano l'altissima mortalità infantile, la bassa speranza di vita, l'elevato tasso di analfabetismo. In media solo una persona su 3 ha accesso all’acqua potabile. Le carenti condizioni igienico sanitarie favoriscono il diffondersi di epidemie e la diffusione dell'Aids.
La Conferenza Episcopale del Mali, in occasione delle elezioni generali, ha pubblicato una Lettera pastorale dal titolo “Una mentalità nuova per un nuovo Mali”, con cui i Vescovi si rivolgono “alla comunità cattolica e a tutti i maliani di buona volontà”. I cattolici in Mali sono 283.000 su una popolazione di 15.278.000 abitanti .
“Oggi ti invito a lasciare che Dio formi in te una nuova mentalità per un nuovo Mali – è scritto nella lettera -. Questo appello è urgente per due ragioni. La prima è che il 2018 segna il centotrentesimo anniversario della Chiesa in Mali. Ricorda che dall'indipendenza del Mali, la Chiesa ha sposato le cause del paese. Ha camminato con lui e ha contribuito alla costruzione dell'edificio nazionale attraverso il suo impegno, le sue azioni e i suoi messaggi di pace, di conversione e di giustizia sociale. Il secondo è che il 2018 è un anno di elezioni generali in Mali”.
Malgrado la difficile situazione che si vive, i Vescovi notano alcuni segnali positivi dalla loro precedente lettera pastorale, tra cui l’accordo per la pace e la riconciliazione, la collaborazione tra le parti firmatarie, la tenuta delle elezioni, la positiva collaborazione con le organizzazioni internazionali e i paesi amici per uscire dalla crisi…
Nonostante questi considerevoli progressi, i Vescovi rilevano tuttavia che persistono gravi sfide, come gli ostacoli posti alla realizzazione degli accordi di pace, il deterioramento della sicurezza su tutto il territorio nazionale, l’indebolimento della coscienza civile, la corruzione, la violenza crescente nelle strade, nelle scuole, nei campi, nelle piazze e anche nei media e nelle reti sociali, la perdita dei valori spirituali tradizionali e del senso del bene comune…
Nell’ultima parte sono contenute una serie di raccomandazioni. Ai partiti politici si chiede “il rispetto della legge elettorale”. La politica infatti è “una professione nobile”, ma purtroppo si assiste alla presentazione di programmi irrealistici e non realizzabili, per cui “vi chiedo di dire la verità su ciò che volete e potete fare”, come è necessario anche il rispetto dell’altro e il riconoscimento dei suoi meriti. Agli organi elettorali viene chiesto di “vigilare per una buona organizzazione delle elezioni”, e di formare bene gli operatori sui loro compiti, che devono rispettare l’imparzialità e la trasparenza,“evitando di sacrificare la propria dignità sull’altare della corruzione e della manipolazione dei risultati”.
Alle parti che hanno firmato l’Accordo per la pace e la riconciliazione si chiede di tradurlo in pratica con atti concreti, per il bene comune del Mali. Rivolgendosi poi alle donne, “senza le quali il Mali non ci sarebbe”, la lettera sottolinea che hanno pagato “un pesante
tributo alla crisi attuale”, e le esorta quindi a impegnarsi ad essere “le sentinelle per elezioni giuste, trasparenti e non violente in Mali”.
Ai giovani, “presente e avvenire del Mali”, viene raccomandato di “non lasciarsi manipolare dai politici che approfittano delle loro insoddisfazioni per i loro interessi personali”, mentre ai leader religiosi si ricorda che “la nostra missione non è dividere il paese ma di rivelare ai nostri connazionali il volto del Dio Amore”.
AMERICA/NICARAGUA - Domenica Giornata di preghiera in tutta l’America Latina; di fronte alla violenza crescente inizia l’emigrazione
23/07/2018

Managua – Non si allenta la tensione in Nicaragua dopo la celebrazione del 39° anniversario della rivoluzione sandinista che ha segnato la fine del dittatore Anastasio Somoza. Alla celebrazione del 19 luglio non c'era la grande massa di gente come negli altri anni, e il Presidente Daniel Ortega nel suo intervento ha descritto una situazione di conflitto completamente estranea alla realtà, accusando i Vescovi del Nicaragua di essere "cospiratori" e "golpisti", e ha aggiunto in tono ironico: "io credevo che fossero mediatori, ma hanno chiesto al Presidente di lasciare, sono di parte, hanno fatto manovre golpiste contro il governo". Il Presidente ha poi accusato anche la comunità cattolica: "Hanno convocato manifestazioni mai pacifiche, e se la polizia è entrata nelle chiese è perché sono delle caserme, nascondono delle armi".
La reazione della comunità cattolica è di livello internazionale: diverse Conferenze Episcopali hanno organizzato delle giornate di preghiera e digiuno per il Nicaragua, il CELAM ha chiamato tutte le Chiese dell’America Latina a celebrare domenica 22 luglio come Giornata di Preghiera per il Nicaragua: "Domenica prossima, 22 luglio, è nostro desiderio e chiediamo che in tutte le nostre celebrazioni, in tutte le comunità dei credenti di tutti i nostri paesi, si innalzi una preghiera speciale per il popolo del Nicaragua" si legge nel testo inviato a Fides.
Sono tanti gli organismi cattolici che hanno espresso solidarietà con la comunità cattolica e il popolo del Nicaragua: Fides ha ricevuto tra gli altri i comunicati del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa , della Confederazione Latinoamericana di religiosi , di diversi ordini e congregazioni religiose, come i Redentoristi, che hanno dei missionari che condividono le sofferenze del popolo del Nicaragua in alcune parrocchie che sono state attaccate.
A livello politico diversi paesi si sono dichiarati a favore della mediazione dei Vescovi per seguire la via democratica del dialogo e trovare una soluzione pacifica. Anche la Organizzazione degli Stati Americani si è pronunciata al riguardo nello stesso modo .
Purtroppo la violenza da parte del governo continua, e in alcuni luoghi riesce a imporre terrore e paura, al punto che le famiglie iniziano a pensare di lasciare il paese come estrema soluzione. Il Costa Rica, paese che confina con il Nicaragua, ha aperto due sedi per accogliere il crescente numero di migranti in fuga dal Nicaragua. Secondo il ministro degli Esteri Epsy Campbell, nell’ultima settimana, ogni giorno "tra 100 e 150 persone arrivano per la prima volta in Costa Rica".

NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Tra Etiopia ed Eritrea il miracolo della pace
23/07/2018

L’accordo di pace siglato da Etiopia ed Eritrea il 9 luglio è un evento storico. Le firme del presidente eritreo Isaias Afeworki e del premier etiope Abiy Ahmed hanno segnato la fine di vent’anni di guerra e di tensioni tra i due Paesi. Guerra e tensioni che, di fatto hanno bloccato, la crescita economica, sociale e democratica dei due Paesi e hanno dato vita a un lungo periodo di instabilità nel Corno d’Africa.
Per comprendere l’importanza dell’intesa bisogna fare un passo indietro. Con la fine della Seconda guerra mondiale, l’Eritrea, ex colonia italiana, è stata prima federata e poi annessa all’Etiopia. Dall’inizio degli anni Sessanta si è scatenata una guerra di indipendenza degli eritrei contro le forze del negus Hailè Selassiè e poi contro quelle di Manghistu Hailè Mariam. Il conflitto è durato trent’anni, un periodo lunghissimo in cui si è forgiata quella classe politica e militare che ha preso il controllo dell’Eritrea dopo l’indipendenza raggiunta nel 1993. Cresciuti nelle asprezze della guerriglia e poco avvezzi ai principi democratici, i politici eritrei si sono trovati spiazzati di fronte alla sfida di un Paese da ricostruire. I trent’anni di conflitto inoltre li avevano abituati a un odio quasi atavico nei confronti degli etiopi. L’Etiopia ha avviato un percorso simile, anche se meno duro. La classe politica di etnia tigrina ha iniziato a dominare il Paese, mettendo la sordina all’opposizione e alle altre etnie .
Nel 1998 la tensione tra i due Paesi è andata aumentando fino sfociare nella guerra
Link correlati :Tra Etiopia ed Eritrea il miracolo della pace
ASIA/LIBANO - Il Patriarca maronita: “serve il governo!”
23/07/2018

Beirut - Si ripetono gli appelli nazionali che chiedono alle forze politiche libanesi di arrivare con urgenza alla formazione di un governo per consentire al paese di concentrare gli sforzi e uscire dalla sua situazione di stagnazione e permettergli di affrontare le sfide economiche e regionali e quindi dare vita ad un nuovo governo. In un’intervista rilasciata ieri al giornale “ Il futuro”, conosciuto per la sua vicinanza all’omonimo partito sunnita, il Patriarca maronita Bechara Boutros Raie ha detto a voce alta: " Vogliamo un governo, ripeterò tutti i giorni questo appello, lo dico oggi e lo dirò domani e ogni giorno e spero che tutti mi sentano.”
Il Patriarca ha fatto riferimento alle conseguenze dovute al ritardo nella formazione di un futuro governo, sottolineando le irregolarità di tale situazione anche dal punto di vista giuridico. La situazione del paese in generale, e la situazione economica in particolare, rendono indispensabile accelerare la formazione del governo, “ Che Dio aiuti il primo ministro Saad Hariri che deve accontentare tutti!” ha affermato il Patriarca. Il governo attuale è ritenuto un governo di transizione e gestione degli affari correnti, in quanto la richiesta formulata il 24 maggio 2018 dal Presidente al Primo Ministro di formare il governo a seguito delle elezioni dello scorso 8 maggio con i risultati ufficiali del 10 maggio, non ha ancora portato frutti.
Il Patriarca maronita ha partecipato ieri all’incontro presso la sede del Consiglio economico e sociale di Beirut . In quel contesto, il Patriarca ha esortato i partiti politici a rispondere alle emergenze nazionali riguardanti la crescita dell’economia che si traduca in sviluppo, lavoro per i giovani, progresso e produzione. Il Patriarca ha espresso il suo dispiacere su come è vissuta la politica e come i gruppi di potere proteggono il loro interessi particolari trascurando il bene comune. “ Vediamo come stanno ritardando la formazione del governo, mostrando disinteresse assoluto nei confronti della sofferenza economica e sociale del popolo. La formazione del governo da parte dei rappresentati del parlamento appartenenti a tutte le correnti politiche presenti non si esaurisce nell’avviare un governo per la semplice gestione degli affari correnti, ma deve puntare alla creazione di un autentico governo che rispecchi gli equilibri tra i vari partiti presenti in parlamento, ha sottolineato Boutros. Bisogna tornare alla Costituzione, ha detto il Patriarca, perché “abbandonarla” vuole dire non trovare una soluzione alle crisi che affliggono il Libano a tutti i livelli.
Il Cardinale Bechara Boutros Rai aveva ricevuto, la settimana scorsa, presso la sua dimora estiva a Diman, i leader della riconciliazione avvenuta il 18 gennaio 2016 e riconosciuta come “l’accordo di Maarab" tra il Movimento Patriottico Libero del Generale Aoun e le Forze Libanesi. Nell’incontro, durato 3 ore, il Patriarca ha invitato i partiti cristiani a lavorare insieme per il bene del paese e a non cadere nelle polemiche scatenate dai diversi apparati mediatici. Il Patriarca ha insisto sull’urgenza di accelerare la formazione del governo senza produrre ritardi artificiosi, rispettando la Costituzione e salvaguardando l’operatività delle istituzioni pubbliche.

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