VATICANO - Il Cardinale Filoni alla presentazione della Giornata Missionaria Mondiale: “il primo evangelizzatore è Cristo stesso”
21/10/2017

Roma - Il “primo evangelizzatore è Cristo stesso”. Gesù “non abbandona la missionarietà della Chiesa”, ma “rimane presente” nell'opera apostolica compiuta dai suoi discepoli, che non è “una cosa per preti” ma rappresenta una vocazione condivisa da tutti i battezzati. Lo ha ripetuto con chiarezza il Cardinale Filoni, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli , nel suo intervento alla conferenza di presentazione della Giornata missionaria mondiale che si celebrerà in tutte le parrocchie del mondo domenica 22 ottobre. Alla conferenza stampa, introdotti dal Direttore della sala stampa vaticana dott.Greg Burke, sono intervenuti anche l'Arcivescovo Protase Rugambwa, Segretario aggiunto della CEP e Presidente delle Pontificie Opere Missionarie, insieme a padre Ted Nowak OMI, Segretario generale della Pontificia Opera Missionaria della Propagazione della Fede .
Il Cardinale Filoni, nel suo intervento, ha ripercorso in forma sintetica i punti-chiave del Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale 2017, dedicato al tema “La missione al cuore della fede cristiana”. Il Prefetto del Dicastero missionario ha riproposto la missione come dimensione intrinseca della fede cristiana, fondata sull'ultimo comandamento affidato da Cristo ai suoi discepoli, quello di andare in tutto il mondo a battezzare e annunciare il Vangelo a tutte le genti, confidando che in tale opera Lui stesso accompagnerà i suoi “fino alla fine del mondo”. Facendo riferimento alla Lettera del Papa, il Cardinale Filoni ha anche sottolineato che l'attitudine a “uscire” rappresenta una dimensione vitale per chiunque è chiamato a rispondere al mandato missionario di Cristo, ma deve essere fondata su “una spiritualità dell'esodo e del pellegrinaggio che ricolleghi tutto a Cristo”, se non si vuole correre il rischio di ridurre la stessa opera missionaria a un attivismo di carattere sociologico.
L'Arcivescovo Rugambwa e padre Nowak, nei loro interventi, hanno riproposto l'origine, il profilo e le finalità delle Pontificie Opere Missionarie, sottolineando il carattere universale che le caratterizza per il fatto di essere strumento proprio della sollecitudine pastorale del Papa verso tutte le Chiese.
Rispondendo alle domande dei giornalisti, l'Arcivescovo Rugambwa e il Cardinale Filoni hanno avuto modo di descrivere la Pontificia Opera della Santa Infanzia come strumento efficace per educare le giovani generazioni alla gratuità e alla sensibilità nei confronti di chi ha bisogno. Il Cardinale Filoni, rispondendo a una domanda sugli ostacoli legislativi posti in alcune nazioni all'attività missionaria, ha riproposto le figure dei primi laici cristiani coreani, del cinese Xu Guangqi e del giapponese Takayama Ucon come esempi di laici che hanno confessato la fede in Cristo anche in contesti difficili, circondati da resistenze e opposizioni di carattere politico e culturale. A tale proposito, il porporato si è anche soffermato sulla figura di Pauline Marie Jaricot, iniziatrice in Francia dell'Opera di Propagazione della Fede, per la quale è in corso il processo di beatificazione, e che potrà un giorno essere celebrata come testimone della sollecitudine missionaria espressa dai laici, accanto a San Francesco Saverio e a Santa Teresa di Lisieux, già proclamati Patroni delle missioni.
In apertura della Conferenza Stampa, i presenti hanno assistito anche alla proiezione del video “Clausura è Missione”, prodotto dall'Agenzia Fides e diffuso, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale, per ricordare il 90° anniversario della proclamazione di Teresa di Lisieux “Patrona delle missioni”. .
AFRICA/NIGERIA - “Parlatevi per cercare la pace”: Mons. Kaigama esorta Fulani e Irigwe dopo il massacro di 29 persone
21/10/2017

Juba - “Da più di due anni, lo Stato di Plateau ha goduto di una convivenza felice e pacifica ma la pace è stata interrotta bruscamente dall'ondata di omicidi, nell’area del Bassa, tra i Fulani e gli Irigwe” denuncia Sua Ecc. Mons. Ignatius Ayau Kaigama, Arcivescovo di Jos e Presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, in un messaggio pervenuto all’Agenzia Fides. Nello Stato di Plateau, il 16 ottobre scorso almeno 29 civili, di cui molte donne e bambini, rifugiati in una scuola elementare, sono stati brutalmente uccisi da un gruppo di uomini armati che hanno preso d'assalto l'edificio.
“Gli attacchi sono avvenuti in concomitanza del raduno spirituale nazionale dei cattolici nigeriani tenutosi a Benin City per riconsacrare il nostro caro Paese alla Vergine e pregare per la pace, l'unità e la riconciliazione tra i nigeriani” ricorda l’Arcivescovo . “L'occasione ha segnato la conclusione del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima nel 1917, quando il mondo stava sperimentando i terribili effetti della prima guerra mondiale” sottolinea l’Arcivescovo.
Ricordando il fallito tentativo di riconciliazione del governatore dello Stato di Plateau, Simon Bako Lalong, Mons. Kaigama sottolinea che “non è ancora troppo tardi” per cercare la pace, mettendo in evidenza i punti di contatto tra le due popolazioni.
“È un dato di fatto che molti Fulani parlano la lingua Irigwe e molti Irigwe parlano la lingua Fulani, a dimostrazione del lungo periodo di convivenza pacifica, ma gli eventi della settimana passata indicano che la convivenza pacifica, armoniosa e fraterna è stata gravemente ferita” afferma l’Arcivescovo. “Le due tribù che si offrono reciprocamente il ramoscello d’olivo è ciò che può ripristinare la normalità e la fiducia. La sepoltura il 16 ottobre a Nkiedonwhro di 29 persone dimostra che deve essere fatto di più da entrambe le tribù per affrontare il futuro comune con maggiore ottimismo”.
“I nostri pensieri vanno a tutti coloro che sono colpiti, rivolgiamo ferventi preghiere a Dio perché conceda loro la consolazione e la capacità di dire “mai più” alla distruzione di vite umane, di animali, prodotti agricoli, case e dei mezzi di sussistenza. I morti riposino in pace” afferma Mons. Kaigama.
L’Arcivescovo denuncia infine le responsabilità della forze dell’ordine nell’impedire i massacri: “È molto preoccupante che, nonostante la presenza di agenti di sicurezza, delle persone possono essere uccise in una scuola elementare dove si erano rifugiate, anche durante le ore di coprifuoco imposto dal governo locale” .
L’esercito sta rafforzando la propria presenza militare nell’area e addirittura l’aeronautica militare
sta dispiegando alcuni aerei da caccia per cercare di bloccare gli scontri.
ASIA/INDIA - La voce di una suora è diventata la voce collettiva di una intera comunità al femminile
21/10/2017

Patna – "Nari Gunjan" o la "Voce delle Donne" è suor Sudha Varghese, delle Suore di Notre Dame della provincia di Patna. Grazie al suo impegno ha emancipato una intera comunità di giovani ragazze e donne della comunità Musahar di Bihar, “affrontando le più gravi forme di sfruttamento sessuale e vessazioni”, ha raccontato a Fides.
La comunità Musahar è tra le più oppresse tra gli oppressi Dalits indiani, nessuna presenza cristiana. E così sarebbero rimasti se non fosse stato per l’impegno e il coinvolgimento di questa donna che, 20 anni fa, ha fatto della missione per i Musahar la sua vita. Si tratta di braccianti senza terra, mai adeguatamente pagati per il loro lavoro. Le loro occupazioni principali li vedevano impegnati nelle pulizie delle toilet o nelle distillerie delle caste dominanti. Le loro donne e i bambini venivano sfruttati nelle abitazioni delle classi più elevate e spesso abusati sessualmente. Le scuole non sono mai state alla loro portata; quelli che hanno osato avvicinarsi sono stati allontanati e derisi dai compagni e dagli insegnanti delle caste più elevate. In questa casta, il matrimonio tra minori era dilagante. Le ragazze si sposavano a 10 anni e avevano 3-4 bambini fino ai 20 anni quando erano considerate abbastanza vecchie per occuparsi di un figlio.
Questa è stata la prima problematica che suor Sudha ha dovuto affrontare prima di avviare una scuola per ragazze-madri. Iniziò con 20 ragazze, facendole studiare sui libri ma anche disegnare, colorare e cucire. Dopo un anno e mezzo, quando il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite venne a conoscenza del suo programma, decise di finanziare il team di suor Varghese in 50 centri.
Dopo i due collegi femminili ‘Prerna’ a Danapur e Bodhgaya, la religiosa ha avviato i Joyful Learning Centres per i bambini più piccoli. I più grandi ricevettero abiti e assistenza sanitaria. La suora non si è mai fermata, ha continuato il suo impegno con i ragazzi Musahar che trascorrevano il loro tempo bevendo e giocando. Dopo aver scoperto che erano interessati al cricket, diede loro tutta l’attrezzatura e con il tempo molti hanno iniziato a partecipare e vincere tornei.
Da quando il Governo del Bihar aveva bandito il liquore, gli uomini Musahar non lavoravano più e stavano nei loro villaggi. Gli uomini delle caste superiori, invece, si ubriacavano e violentavano le donne che non osavano ribellarsi, fino a quando nel 1986 non è arrivata suor Sudha, che riuscì a convincerle a denunciare gli abusi alla polizia e a riconoscere la loro dignità. In cambio loro le offrivano cibo, amore e fedeltà, era la loro ‘Cycle Didi’ che percorreva 50 km al giorno. Viveva in una casa di fango in mezzo a loro fino a quando non diventò troppo pericoloso a causa delle minacce di morte che riceveva.
“Ho vissuto mille vite e sono morta mille volte”, aveva imparato a non avere paura. “Se mi uccidete ci saranno altre centinaia di persone a prendere il mio posto” diceva ai suoi detrattori.
Da giovane ragazza che voleva dedicare la sua vita al servizio dei poveri, suor Sudha è diventata un colosso di amore e speranza per le fasce più emarginate dell’India. Lasciando il Kerala contro la volontà della sua famiglia che la voleva insegnante in una scuola gestita da suore cattoliche in Bihar, suor Sudha ha dedicato la sua vita al servizio dei più poveri tra i poveri.
Grazie al governo indiano che le ha attribuito il Padma Shri, la suora riesce ad avere molti aiuti dallo Stato e dalla polizia.
Il Bihar è uno dei più poveri Stati indiani. Secondo un censimento del 2011, ha una popolazione di 103,804,837 abitanti. Il tasso di alfabetizzazione è di 63.82 . Le religioni presenti contano l’82.69% di hindu, il 16.87% di mussulmani, lo 0.12% di cristiani, 0.02% Sikhs, lo 0.02% Buddisti, 0.02% Janis, altre confessioni lo 0.01% e nessuna religione dichiarata lo 0. 20%.
La regione conta sei diocesi cattoliche con 200mila cattolici. Tra le priorità della chiesa cattolica rientrano lo sviluppo sociale, l'educazione e l'evangelizzazione di poveri e afflitti.

AFRICA/SUD SUDAN - “Preparatevi per la missione” esorta i seminaristi l’Arcivescovo di Khartoum
21/10/2017

Juba - “Ho incoraggiato i seminaristi delle nove diocesi in Sudan e in Sud Sudan a prepararsi per la missione della Chiesa” dice all’Agenzia Fides Sua Ecc. Mons. Michael Didi Adgum Mangoria, Arcivescovo di Khartoum e Presidente della Commissione Episcopale per i Seminari della Sudan Catholic Bishops’ Conference . “Ho appena visitato il Seminario Maggiore San Paolo, a Munuki, a Juba dove ho incontrato gli insegnanti e i seminaristi”.
Mons. Didi è in Kenya per la riunione del Consiglio Direttivo dell'Associazione delle Conferenze Episcopali degli Stati dell'Africa Orientale che si svolge presso l'Istituto Gaba, ad Eldoret.
"Parlando con loro e ascoltandoli, a parte alcune lamentele qua e là, i seminaristi hanno compreso il senso della loro missione e rappresentano pertanto la speranza della leadership della Chiesa per il Sudan e il Sud Sudan, il che è una cosa positiva", afferma Mons. Didi.
Il Sud Sudan dal dicembre 2013 è sconvolto dagli scontri tra i soldati fedeli al presidente Salva Kiir e quelli fedeli all’ex vice Riek Machar, che non hanno risparmiato la capitale Juba, più volte severamente colpita.
“Tutti in una zona di guerra sono traumatizzati, inclusi i seminaristi e il personale che li accompagna " afferma Mons. Didi. Tuttavia, spiega: "I seminaristi e il personale si trovano in condizioni migliori quest'anno, rispetto all'anno scorso, quando si sono avuti combattimenti a Juba; alcuni di loro avevano abbandonato il seminario, tornando alle rispettive diocesi. Quest'anno sembrano sereni”.
"Ho incoraggiato i seminaristi ad andare avanti e a utilizzare tutti i mezzi, le risorse e i talenti per prepararsi per la missione che hanno davanti" continua.
Sono circa 100 i seminaristi nelle due sezioni , provenienti da tutte e nove le diocesi dei due Sudan; sette diocesi nel Sud Sudan e due diocesi in Sudan.
"Ci sono circa 15 persone residenti per entrambe le sezioni; ci sono alcuni insegnanti a tempo parziale compresi due missionari Comboniani e alcuni laici provenienti principalmente dall'università di Juba” afferma Mons. Didi.
L’Arcivescovo di Khartoum chiede ai seminaristi di essere fedeli alla preghiera: "Sicuramente le preghiere sono molto importanti per i seminaristi che aspirano a servire nella missione del nostro Signore. Siamo ancora in guerra e le persone possono cercare di aiutare anche attraverso la preghiera" conclude Mons. Didi.
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