ASIA/PAKISTAN - I bambini non vanno a scuola per mendicare in strada
29/05/2015

Karachi – In Pakistan centinaia di migliaia di bambini e bambine in età scolare vivono e lavorano per la strada, guadagnando pochi centesimi di dollaro al giorno per aiutare le rispettive famiglie indigenti. Tra le iniziative promosse per aiutare questi piccoli, la onlus pachistana The Citizen Foundation , ha organizzato una scuola per avvicinarli a libri e penne all’interno del campus Behram Rustomji, nel villaggio di Pipri, a 45 chilometri da Sukkur, la terza città più grande della provincia del Sindh. A Pipri oltre il 95% delle circa 1000 famiglie vive di elemosina. La CTF, creata nel 1995, dirige oggi 1060 centri educatici in tutto il Paese accogliendo i bambini delle comunità più emarginate. Povertà e analfabetismo sono tra gli ostacoli più grandi per lo sviluppo del Pakistan. Attualmente, si calcola che oltre 6 milioni e mezzo di bambini non vadano a scuola, e il 62%, la maggior parte, sono femmine. Dei circa 21,4 milioni in età scolare iscritti nelle scuole, solo il 66% rimarrà fino all’ultimo, mentre il 33,2% abbandonerà gli studi prima di completare il livello primario. La situazione è ancora più grave per i bambini di strada, che per poter aiutare le rispettive famiglie sono obbligati a mendicare per le strade. Secondo le stime della Società per la Tutela dei Diritti dell’Infanzia, circa un milione e mezzo di piccoli vivono e lavorano per le strade del Paese.
AFRICA/EGITTO - Rilasciati i ragazzi copti falsamente accusati di un video “oltraggioso” verso l'islam
29/05/2015

Minya - Il tribunale di Minya ha accolto il ricorso presentato dalla difesa dei quattro adolescenti che si trovavano in stato di detenzione da più di 40 giorni con l'accusa di oltraggio all'islam. La vicenda è accaduta presso una scuola del villaggio di Nasiriyya, presso la città di Beni Mazar, nella provincia egiziana di Minya. I quattro erano stati arrestati per essere comparsi in un video di pochi secondi, filmato con il cellulare, in cui si mimava la scena dello sgozzamento di un fedele musulmano in atteggiamento orante, a imitazione delle orrende esecuzioni compiute dai jihadisti dello Stato Islamico . La breve ripresa filmata, che rappresentava a suo modo un atto d'accusa contro le atrocità commesse dei jihadisti dello Stato Islamico, aveva incredibilmente scatenato la rabbia e le false accuse di elementi islamisti della zona, che hanno costretto le autorità locali a intervenire per riportare la calma convocando lo scorso 17 aprile una riunione di “riconciliazione” tra cristiani e musulmani, con la partecipazione di imam e sacerdoti della zona. Le famiglie dei ragazzi hanno comunque dovuto pagare una cauzione di 10mila lire egiziane per la liberazione di ognuno di loro. A fare le spese della vicenda è stato anche un professore della scuola, accusato di avere responsabilità nella registrazione filmata e nella sua diffusione, che per questo è stato costretto a a lasciare con la sua famiglia il villaggio di Nasiriyya. .
ASIA/SIRIA - Appello dei Maristi di Aleppo al Papa: se si vuole che i cristiani rimangano, occorre fermare la guerra
29/05/2015

Aleppo – Dall'inizio del conflitto siriano gli appelli a non abbandonare il Paese e gli aiuti umanitari forniti anche dalle istituzioni legate alla Chiesa “non hanno impedito alla metà dei cristiani di Aleppo di andarsene definitivamente”. Se si vuole che l'altra metà dei cristiani rimanga, l'unica strada è quella di “fermare la guerra”. Così il dottor Nabil Antaki, membro laico della comunità dei Maristi di Aleppo e direttore di uno degli ultimi due ospedali cittadini funzionanti, torna ad indicare la fine del conflitto come unica chance per non vedere cancellata la millenaria presenza di cristiani nelle terre siriane. Lo fa in un colloquio con il Coordinamento per la pace in Siria, inviato all'Agenzia Fides, in cui lui, in accordo con i suoi confratelli di Aleppo, si appella direttamente a Papa Francesco, chiedendogli di “usare la Sua autorità morale, il Suo prestigio incontestabile per fare pressione sui diversi governi affinché cessino di armare e di finanziare i gruppi armati, perché lottino effettivamente contro Daesh e perché facciano fermare il passaggio dei terroristi attraverso le nostre frontiere del Nord”.
A giudizio del dottor Nabil Antaki, una soluzione politica negoziata del conflitto può avere realistiche possibilità di riuscita solo se i gruppi ribelli non jihadisti riconoscono come interlocutore “l'attuale governo della Siria, perché non si può negoziare con qualcuno di cui si esige, come precondizione, l'eliminazione”.
Riguardo alla situazione della città martire siriana, Antaki racconta che “Aleppo è divisa in due parti: la parte est con 300.000 abitanti è nelle mani dei gruppi armati e la parte ovest, con 2 milioni di abitanti, è sotto il controllo dello Stato siriano; lì viviamo e operiamo noi. Noi non sappiamo quello che accade nell'altra parte della città” racconta il dottore, aggiungendo: “siamo bombardati quotidianamente dai ribelli e molti ospedali dalla nostra zona della città sono stati distrutti, bruciati o danneggiati dalla loro azione”. Nabil Antaki esprime giudizi critici sulla proposta di fare di Aleppo una “città aperta” e soprattutto sull'ipotesi di introdurre una no-fly-zone e disporre delle forze d'interposizione nel nord della Siria. Misure che, a suo giudizio, “avvantaggerebbero i gruppi armati e metterebbero la città e i suoi abitanti in pericolo, alla mercè di Daesh e al Nusra”.
Significative anche le considerazioni espresse dal membro laico della congregazione dei Maristi sulle dinamiche geo-politiche globali che alimentano il conflitto siriano: “Dal 2011” riferisce Nabil Antaki “i siriani hanno compreso che ciò che accadeva non era una rivoluzione per portare in Siria una maggiore democrazia, un maggior rispetto dei diritti umani e minor corruzione. I siriani sapevano, fin dall'inizio, che la 'primavera araba' era il nome nuovo del 'caos costruttivo' di Condoleezza Rice e del 'nuovo Medio-Oriente' dell'amministrazione Bush e che questa 'primavera' in Siria sarebbe sfociata o nel caos e nella distruzione del paese o in uno Stato islamico. Disgraziatamente, le due alternative forse riusciranno entrambe”. .
AFRICA/MADAGASCAR - Il Presidente contesta la mozione di destituzione, i Vescovi denunciano “la cultura della corruzione”
29/05/2015

Antananarivo - Il Presidente malgascio Hery Rajaonarimampianina ha affermato che non intende dimettersi ed ha contestato la mozione di destituzione votata dal Parlamento . In un messaggio televisivo alla nazione, Rajaonarimampianina ha affermato di “porsi delle domande sul rispetto delle procedure legali e sul rispetto della trasparenza”, lasciando intendere che alcuni deputati gli hanno votato contro perché “non avrebbe concesso loro gratuitamente dei veicoli fuoristrada”.
Il problema della corruzione d’altronde era stato denunciato dai Vescovi nel loro messaggio del 13 maggio, pervenuto all'Agenzia Fides, in cui affermano l’esistenza di “una vera cultura della corruzione”. I Vescovi denunciano inoltre gli inganni elettorali , e l’uso, nella lotta politica, di dossier illegali, basati spesso su menzogne, per mettere in prigione “coloro che cercano di resistere, fieri della loro libertà”.
Nel messaggio si denuncia inoltre l’esistenza di “persone mal intenzionate che cercano di turbare gli animi della popolazione” diffondendo “l’idea del tribalismo, della lotta di classe, senza parlare di una rivendicazione eccessiva della fierezza regionale o di lignaggio”. “Non dimentichiamo mai che formiamo una sola e unica nazione: la nazione malgascia” avvertono i Vescovi.
I Vescovi lamentano infine che la corruzione, la mancanza di giustizia e di servizi pubblici , la proliferazione di armi sofisticate, fa sì che la popolazione sia lasciata in preda a reti criminali, sette, guaritori e “tribunali popolari. “L’autorità dello Stato non è più visibile. Le persone per difendersi e difendere le loro proprietà sanciscono dei patti tra abitanti dei villaggi che comportano diversi eccessi e ambiguità nella loro esecuzione”.
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