AFRICA/UGANDA - “La violenza domestica è la principale sfida alla famiglia” dice l’Arcivescovo di Tororo
26/08/2016


Kampala -“Abbiamo ogni forma di violenza domestica e nessuno è risparmiato: un bambino, uno studente, una madre, un padre” denuncia Sua Ecc. Emmanuel Obbo, Arcivescovo di Tororo in Uganda, in un’intervista a CANAA .
Secondo Mons. Obbo la violenza domestica è la principale sfida alla famiglia nell’Arcidiocesi da lui guidata.
Le forme di violenza domestica sono diverse: mariti che picchiano le mogli, ma in alcuni casi accade anche il contrario; violenze sui bambini, inclusi gli incesti, mentre “le ragazze- dice Mons. Obbo- non sono libere di vivere nella società”.
La violenza familiare è cosi diffusa che, secondo l’Arcivescovo, è diventata “una forma di vita”, causata dalla mancata accettazione della propria situazione personale. “La gente- spiega Mons. Obbo- non è soddisfatta da come vive, vuole vedere dei miglioramenti ma non è capace di vederli in se stessa e diventa quindi frustrata”
L’Arcidiocesi ha lanciato una campagna contro la violenza domestica, alla quale partecipano le famiglie che sono uscite da questa situazione, e che ora, con la loro testimonianza e il loro servizio, aiutano altre famiglie a superare le proprie divisioni.
AFRICA/GHANA - “Il land grabbing; minaccia o possibilità di sviluppo?” Conferenza ad Accra della Caritas
26/08/2016



Accra -“Smascherare il land grabbing in Ghana; ristabilire le condizioni di vita; aprire la strada agli obiettivi di sviluppo sostenibile”. È il titolo del forum organizzato da Caritas Ghana sotto gli auspici della locale Conferenza Episcopale che si è aperto il 23 agosto ad Accra.
Nel corso dei lavori verranno discussi i risultati di una ricerca di sei mesi effettuata da Caritas Ghana in collaborazione con il Centre for Indigenous Knowledge on Development e l’Africa Faith and Justice Network .
Nella sua relazione al forum don Aniedi Okure, Direttore Esecutivo dell’ l’Africa Faith and Justice Network ricorda che l’Africa è il continente più preso di mira dagli acquisti di terra su vasta scala. “Oltre 10 milioni di ettari, per la maggior parte nei Paesi dell’Africa orientale e occidentale, sono stati comprati da investitori del Medio Oriente alla ricerca di luoghi di produzione di cibo e foraggio; del Regno Unito e dell’Asia per la produzione di carburanti biologici; da compagnie private per la produzione di zucchero, riso, gomma, olio di palma e jatropha oltre che per i pascoli”.
Le conseguenze per le comunità locali sono pesanti, perché le terre comprata dagli investitori stranieri molto spesso erano terre comunitarie utilizzate per la coltivazione di granaglie destinate al consumo locale. Inoltre queste terre si trovano in gran parte lungo i corsi d’acqua e sono tra le più fertili e in aree densamente popolate, dove è facile reclutare lavoratori a salari minimi, per produrre cereali ed altro destinati non al consumo locale ma all’esportazione.
Di conseguenza le popolazioni locali perdono l’autosufficienza alimentare diventando dipendenti dei salari offerti dagli investitori stranieri che, sottolinea don Okure hanno a mente i loro interessi e non quelli delle popolazioni locali, nonostante spesso promettono di portare “sviluppo” e di lavorare per il bene delle comunità locali.
Il sacerdote afferma che land grabbing sta già provocando conflitti tra le comunità locali che vedono ristretti i loro spazi vitali. Don Okure cita il caso di una zona della Sierra Leone dove una comunità che ha venduto le proprie terre comuni a investitori stranieri, non ha ora nemmeno lo spazio per seppellire i propri cari e per farlo ha invaso le terre di una comunità limitrofa, causando tensioni con i vicini.
ASIA/INDIA - Giustizia per i cristiani massacrati in Orissa
26/08/2016

New Delhi - A otto anni dai massacri anticristiani che sconvolsero lo stato indiano di Orissa, iniziati il 25 agosto 2008, le vittime non hanno ancora ottenuto giustizia: come osserva a Fides l'intellettuale cattolico indiano John Dayal, ex presidente nazionale della "All India Catholic Union", "la recente morte dell'Arcivescovo emerito Raphael Cheenath, pastore in Orissa, coincide con i giorni in cui ricordiamo il martirio del più grande gruppo di cristiani in India da molti secoli". La Chiesa cattolica indiana, per parte sua, già dallo scorso anno celebra il 30 agosto la “Giornata dei martiri” e intende avviare la causa di beatificazione per riconoscere il martirio delle vittime.
"In una ondata di violenza mirata sui dalit e comunità tribali nel distretto di Kandhamal, i militanti fondamentalisti indù penetrarono nell'entroterra uccidendo in modo indiscriminato. Sfruttarono l'impunità garantita dallo Stato e la possibile complicità della polizia e altri apparati di governo. Il defunto Arcivescovo ha lottato per la giustizia durante la sua vita, ma molti crimini hanno ancora bisogno di indagini. La ricerca della giustizia prosegue", ricorda Dayal.
Il 25 agosto del 2008, la violenza sulla comunità cristiana di Kandhamal ha portato alla morte di circa 100 cristiani, anche se il governo parla ufficialmente di 38 mvittime. Si stima che circa 5.600 case sono state saccheggiate e bruciate, mentre circa 300 chiese e altri luoghi di culto sono stati distrutti. Oltre 50mila fedeli fuggirono nei boschi e hanno iniziato una vita da profughi per sopravvivere alla pulizia etnica.
Molti dei sopravvissuti alla violenza devono ancora ricevere giustizia. Il 2 agosto la Corte Suprema dell'India ha ordinato al governo dello Stato dell'Orissa di riesaminare 315 casi di violenza, tutti casi segnalati alla polizia ma non adeguatamente indagati.
L'Ong Christian Solidarity Worldwide, in una nota invata a Fides, afferma: "La decisione della Corte Suprema di riaprire 315 casi è un primo passo : chiediamo al governo statale e federale di garantire che gli autori di quei crimini siano arrestati e paghino per le loro azioni. Quello che è successo a Kandhamal non deve essere dimenticato; dovremo persistere nel chiedere di affrontare l'ingiustizia".

ASIA/PAKISTAN - Non dimenticare le vittime della strage di Pasqua: le iniziative della Caritas
26/08/2016

Lahore - Le famiglie colpite dalla "strage di Pasqua" sono ancora in difficoltà e nel disagio: per questo la Caritas di Lahore sta mettendo in campo ogni sforzo per aiutarle ad affrontare la quotidianità e a recuperare una forma di sostentamento giornaliero che garantisca autonomia economica e dignità. Come riferito a Fides dalla Caritas di Lahore, tra le recenti iniziative la Caritas ha distribuito quattro “rickshaw” alle famiglie delle persone coinvolte nella strage, mentre continua a offrire sostegno finanziario per l'assistenza medica alle persone ferite e ancora bisognose di cure.
E' stato l'Arcivescovo di Lahore Sebastian Francis Shaw a consegnare personalmente i piccoli mezzi di locomozione che permetteranno alle famiglie di avviare una attività economica di base, per consentire il mantenimento della comunità familiare. "Con questo piccolo gesto, vogliamo mostrare che la Chiesa cattolica è accanto alle vittime in questo periodo difficile. Esprimiamo anche gratitudine al governo federale e provinciale, alle organizzazioni della società civile, al dipartimento della sanità, che stanno continuando ad aiutare le persone ancora in ospedale", ha detto il Vescovo. "Ogni cittadino di questa splendida terra deve contribuire alla promozione della fraternità e della pace", ha concluso . I responsabili della Caritas, Amjad Gulzar e Rojar Noor Alam , hanno esteso la gratitudine a tutti i partecipanti alla cerimonia di consegna dei “rickshaw” , incoraggiandoli “a rimanere uniti e determinati in ogni situazione difficile e a confidare sempre nella Provvidenza di Dio”.
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