ASIA/INDONESIA - Non è più obbligatorio indicare la religione sulla carte di identità
23/05/2015

Giacarta – Non è più obbligatorio in Indonesia indicare la religione sulla carta di identità. I cittadini indonesiani, alla voce “religione” del documento, potranno lasciare uno spazio in bianco oppure indicare una fede anche al di fuori delle sei riconosciute ufficialmente dallo stato. Lo ha annunciato il ministro dell'Interno Tjahjo Kumolo, affermando che la disposizione è stata inoltrata a tutti i capi distretto. Secondo la Costituzione indonesiana, sono solo sei le religioni ufficialmente riconosciute dal governo: Islam, Protestantesimo, Cattolicesimo, Induismo, Buddismo e Confucianesimo. Finora i cittadini indonesiani hanno dovuto obbligatoriamente indicare sulla propria carta di identità uno di questi sei culti, indipendentemente dalle loro effettive convinzioni .
Tjahjo, membro dell’esecutivo del Presidente Joko Widodo, ha riferito che uno dei motivi principali per il cambio della regola è avere la precisa informazione dei riti funerari da osservare in caso di morte di una persona.
“Non bisogna forzare le persone, ad esempio, a scegliere l'Islam se la loro fede assomiglia insegnamenti islamici ma non è la stessa”, ha detto Tjahjo, spiegando che il suo ministero ha vagliato consigli e input da diversi leader, forum e enti religiosi, come Consiglio degli Ulema indonesiani e il Ministero degli affari religiosi, prima di giungere a questa decisione.
Pur se presentata come una “mossa amministrativa”, si tratta di un grande passo avanti in nome della libertà religiosa per gli indonesiani di tutte le fedi. Alfiere di tale modifica è stato Basuki Tjahaja Purnama, politico cristiano, governatore del distretto della capitale Giacarta. Fra l’altro, notano alcuni studiosi, l’obbligo di scelta fra le sei religioni riconosciute ha indotto milioni di cittadini indonesiani a definirsi ufficialmente “musulmani”, mentre, di fatto, seguono e praticano culti tradizionali indigeni. Eliminare l’obbligatorietà, dunque, potrebbe ridefinire il volto religioso della nazione indonesiana oggi.
“Per la crescita futura dell’Indonesia occorre avere il coraggio di modificare una norma ormai desueta” ha detto Purnama, ricordando che in tal modo si potranno eliminare le discriminazioni che spesso subiscono i cittadini non musulmani, anche in scuole e posti di lavoro pubblici.
ASIA/PAKISTAN - 106 incriminati per l’omicidio dei due cristiani arsi vivi: “Un passo verso la giustizia”
23/05/2015

Faisalabad – “E’ un passo avanti verso la giustizia. Speriamo e auspichiamo che sia fatta giustizia in un caso che ha sconvolto la comunità cristiana in Pakistan”: così padre Waseem Walter, Direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Pakistan, commenta all’Agenzia Fides la notizia che un tribunale antiterrorismo ha incriminato ufficialmente 106 persone per l'omicidio di una coppia cristiana, Shahzad e Shama Masih, linciati e bruciati vivi dopo essere stati accusati di blasfemia a novembre del 2014 nella città di Kot Radha Kishan, in Punjab.
I due avevano quattro figli e Shama era incinta. Sono stati segregati, percossi e bruciati in un forno di mattoni da un folla di musulmani che li accusavano di aver bruciato pagine del Corano. L'incidente suscitò l'indignazione internazionale.
Secondo la ricostruzione basata su alcune testimonianze acquisite dal tribunale, tre capi religiosi delle moschee locali sono accusati di aver istigato una folla di circa 400 musulmani a linciare i due coniugi, dopo aver rinvenuto alcune pagine del Corano bruciate nei pressi della loro abitazione. La folla avrebbe chiesto a Masih e alla moglie di convertirsi all'islam o di affrontare le conseguenze di un’azione di blasfemia. I due si sono rifiutati. Sono stati rinchiusi e sequestrati per una notte, poi dati in pasto alla folla che li ha uccisi.
Le 106 persone accusate ieri sono state condotte dinanzi al giudice di Lahore fra rigorose misure di sicurezza. Si ritiene che altri 32 sospetti siano ancora a piede libero. Il tribunale ha confermato l’incriminazione per l'omicidio. Non tutti si sono dichiarati colpevoli. Secondo la polizia, oltre ai tre imam Mohammad Hussain, Arshad Baloch e Noorul Hassan, anche Yousaf Gujjar, il padrone della fornace di mattoni, ha incitato la folla.
Come appreso da Fides, gli avvocati cristiani ritengono questo processo un passo fondamentale per mostrare che la giustizia in Pakistan è uguale per tutti e non fa discriminazioni quando le vittime appartengono alle minoranze religiose.
AFRICA/EGITTO - Il Patriarca Tawadros interviene alla conferenza sulla “diaspora copta”
23/05/2015

Il Cairo - “Dobbiamo farci carico di tutte le domande e le richieste che vengono dal nostro popolo”. E' questo il messaggio che il Patriarca copto ortodosso Tawadros II ha voluto lanciare intervenendo giovedì 21 maggio alla prima Conferenza da lui convocata per affrontare tutti i problemi connessi allo sviluppo delle comunità copte in diaspora, che raccolgono il crescente numero di cristiani copti emigrati dall'Egitto per vivere stabilmente in altri Paesi.
Il programma della conferenza – che si tiene nel Monastero di San Paolo eremita, non lontano dal Mar Rosso - intende delineare alcuni criteri-guida per lo sviluppo delle comunità copte sparse nel mondo per i prossimi 25 anni. Nel suo intervento, Papa Tawadros ha sottolineato la necessità di operare in modo che le strutture ecclesiastiche e canoniche siano sempre poste al servizio delle dinamiche vitali in atto nella compagine ecclesiale, dovunque essa sia presente. .
AFRICA/CONGO RD - La società civile denuncia il ruolo ambiguo dell’esercito nei massacri nel territorio di Beni
23/05/2015

Kinshasa - “Nel territorio di Beni, nel Nord Kivu la popolazione continua ad essere vittima di massacri e furti” afferma una nota inviata all’Agenzia Fides dalle Rete Pace per il Congo. Dall’8 al 13 maggio, in soli 5 giorni, sono state assassinate ben 35 persone. Generalmente, le vittime sono uccise all’arma bianca: nel tardo pomeriggio, quando rientrano dal lavoro nei campi, o di notte, sorprese in pieno sonno. Intensificatisi nelle ultime settimane, gli attacchi sono attribuiti a un gruppo armato d’origine ugandese, le Forze Democratiche Alleate .
Spesso però, questi massacri avvengono in zone "controllate" dall’esercito nazionale e in prossimità di basi militari. Un ribelle ADF arrestato e interrogato ha rivelato l’esistenza di una rete di appoggio alle ADF guidata da un ufficiale superiore delle FARDC . L’ultimo massacro, quello di Mapiki e Sabu, avvenuto il 13 maggio, è stato compiuto meno di 24 ore dopo la visita del Vice Primo Ministro e Ministro degli Interni, Evariste Boshab, a Beni, per una missione di valutazione della situazione di insicurezza nella regione .
In seguito a queste constatazioni, la popolazione locale si sente abbandonata dall’autorità centrale dello Stato, mette in dubbio l’efficacia dell’esercito che dimostra di essere incapace di assicurare la sua sicurezza e sospetta alcuni vertici militari di complicità con le ADF.
Per questo la popolazione chiede: la sostituzione del comando militare dell’operazione Sokola 1 condotta contro le ADF; l’intensificazione delle operazioni militari contro le ADF; il rafforzamento della presenza della polizia sul territorio; il rafforzamento dei servizi di intelligence; l’apertura di inchieste su eventuali complicità militari e civili con le ADF; la ripresa della collaborazione militare con le forze della MONUSCO .
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