ASIA/LAOS - La Chiesa ricorda Lionello Berti, primo Vescovo e missionario
24/02/2018

Luang Prabang - La piccola Chiesa laotiana partecipa spiritualmente, con grande affetto e riconoscenza, alla commemorazione di mons. Lionello Berti, missionario degli Oblati di Maria Immacolata scomparso in Laos il 24 febbraio di 50 anni fa. Come ricorda all'Agenzia Fides p. Angelo Pelis, missionario Omi per molti anni nel piccolo paese del Sudest asiatico, “mezzo secolo dopo la tragica morte mons. Berti, primo Vescovo del Nord Laos, parteciperemo con commozione all'Eucarestia per la sua commemorazione a Reggello , il 24 febbraio, con altri testimoni del dramma ancora inciso nell'anima”. Reggello si trova nella diocesi di Fiesole, paese natale di mons. Berti.
Da sacedote, dopo essersi unito agli Oblati di Maria Immacolata, nel 1957, Berti accettò la sua designazione al Laos settentrionale, partendo con altri cinque compagni. Il Laos, ex colonia francese, indipendente dal 1955, allora contava poco più di tre milioni di abitanti, appartenenti a un mosaico di etnie molto distanti tra loro per lingua, usi, costumi.
Gli Oblati di Maria Immacolata erano presenti nel nord del paese, in un'area con popolazione animista e buddista, dal 1935, e l'arrivo dei sei giovani sacerdoti italiani dette nuovo slancio all'opera missionaria. Nel 1963 venne creato il Vicariato di Luang-Prabang, di cui monsignor Berti sarà il primo vescovo. Le condizioni di vita per la popolazione, in questo paese povero e sprovvisto di vie di comunicazione, erano complicate dalle azioni di guerriglia che le opposte fazioni, fra le quali i comunisti del Pathet-Lao, ingaggiarono per ottenere l'indipendenza.
In tale quadro era facile identificare la religione cattolica come "la religione dei colonialisti" e i missionari ne fecero le spese. Furono infatti nel complesso 17 i sacerdoti e catechisti che in quegli anni sacrificarono la vita, impegnati nel servizio pastorale, beatificati l'11 dicembre 2016 a Vientiane. Del resto i primi missionari erano giunti insieme ai colonizzatori francesi che avevano intravisto nella propagazione della fede cristiana un possibile veicolo per estendere la propria influenza politica sulla popolazione.
Nel 1962, a soli 37 anni, p. Lionello Berti venne consacrato Vescovo e nominato vicario di Luang-Prabang. Quando la zona di Luang-Prabang fu affidata a mons. Berti contava 80 cattolici e, nel 1968, alla morte, erano un migliaio: nei suoi cinque anni di ministero pastorale, nonostante la povertà di mezzi e di personale, la missione si estese fino ai confini della Thailandia, della Birmania e della Cina. Bertì iniziò i lavori di costruzione della cattedrale, del seminario e delle scuole. Affidò alle Suore della Carità la cura dei malati e in parte la formazione dei catechisti. Fondò la congregazione delle “Ausiliarie di Maria Madre della Chiesa” per la formazione umana e cristiana della donna, ordine secolare che continua la sua opera anche al giorno d'oggi.
Il 24 febbraio del 1968 un piccolo gruppo di famiglie Hmong si preparava a partire per l'area di Sayaboury, dove cercavano rifugio dai guerriglieri che imperversano sulle montagne. Mons. Berti decise, con delicatezza paterna, di accompagnarle per verificare la loro sistemazione. Inspiegabilmente, a pochi minuti dalla meta, l'aereo su cui viaggiavano si inabissò nel Mekong. I resti dei corpi di 13 persone vennero straziati dagli animali e dalla permanenza nel fiume. Dopo undici giorni dal disastro, davanti agli occhi stupefatti dei compagni di missione, dal fiume emerse, miracolosamente intatto, il corpo del giovane vescovo.
Durante la rivoluzione del 1975, i missionari stranieri furono espulsi, le loro proprietà sequestrate e adibite ad uso civile, la cappella fu trasformata in magazzino e della tomba di mons. Berti si persero le tracce per trent'anni. Successivamente, grazie a una paziente opera di mediazione con le autorità locali laotiane la tomba è stata rintracciata e risistemata dignitosamente.
AFRICA/SUD SUDAN - “Continuerò a operare in Sud Sudan nonostante l’allarme del mio governo” dice un missionario keniano
24/02/2018

Nairobi - "Qui a Rumbek, i pochi keniani che ho incontrato si sentono insicuri, ma visto che per vivere sono costretti a lavorare in queste aree, affidano le loro vite a Dio", dice a Fides padre John John Waweru, un prete keniano incardinato nella diocesi di Rumbek nel Sudan, commentando l’avvertimento del governo del Kenya riguardo ai viaggi in Sud Sudan.
Il 21 febbraio, il Ministero degli Affari Esteri del Kenya ha consigliato ai suoi cittadini di non recarsi nelle zone del Sud Sudan colpite da conflitti. In particolare, la dichiarazione ha esortato tutti i cittadini keniani che vivono o viaggiano in Sud Sudan d’evitare zone in cui si sono verificati conflitti armati e violenze inter-etniche negli ultimi sei mesi.
Il governo di Nairobi ha lanciato l’allarme dopo che due piloti keniani erano stati detenuti per 44 giorni da membri dell’esercito ribelle . Il 7 gennaio, i piloti erano stati costretti ad un atterraggio di fortuna in una zona controllata dai ribelli, uccidendo un sud sudanese e alcuni capi di bestiame.I due piloti sono stati rilasciati dopo il versamento di oltre centomila dollari di indennizzo.
“Ho chiesto l’opinione di alcuni meccanici keniani che lavorano qui sull’avviso lanciato dal governo, ma mi hanno detto che non possono evitare di rimanere nonostante le sfide, anche se il posto è pericoloso ", ha detto p. Waweru, che lavora in Sud Sudan dal 2000.
“So che ci sono molti keniani qui a Rumbek, nel Western Lakes State e nell’Eastern Lakes State, ci sono conflitti etnici perpetui, ma dobbiamo continuare a lavorare in queste aree” afferma p. Waweru, che è parroco in una missione a circa 50 km a ovest della città di Rumbek.
Papa Francesco ha dedicato venerdì 23 febbraio 2018 ad una giornata di preghiera per la pace in Sud Sudan, così come nella Repubblica Democratica del Congo.
AMERICA/ECUADOR - “No alle miniere, per proteggere la vita”: comunità indigene e Chiesa in difesa del territorio
24/02/2018

Zamora – “Vogliamo essere liberi dalle miniere e che il governo si impegni nella protezione dell’acqua, delle foreste, della biodiversità e della vita dei popoli della Cordillera del Condor”; il primo passo è “fermare il progetto minerario Mirador, nella provincia di Zamora Chinchipe, ed effettuare una audizione completa perché si stanno causando gravi danni". Lo afferma, in una conversazione con l'Agenzia Fides, Luis Sanchez Zhiminaycela, appartenente alla popolazione indigena Cañari e Presidente della comunità amazzonica della Cordillera del Cóndor Mirador , che riunisce 32 famiglie della parrocchia di Tundayme toccate dal progetto minerario.
Nel 2015, dopo aver subito la distruzione della loro scuola e della loro parrocchia, queste 32 famiglie sono state sfrattate con procedure illegali che non rispettavano il diritto ad un alloggio dignitoso e al territorio. "L'attività mineraria è perversa - continua Sanchez -, distrugge, corrompe e non genera sviluppo per il paese. Qui ha causato la diminuzione del livello di 3 fiumi e il territorio è stato saccheggiato. Dire no all’estrazione mineraria non è negoziabile, se vogliamo proteggere la vita".
La Cascomi, insieme alla Confederazione delle Nazionalità Indigene dell'Ecuador , alla rete ecclesiale Pan-amazzonica e alla Fondazione regionale per i diritti umani , ha presentato il 31 gennaio richiesta di risarcimento per le famiglie contadine e indigene sfrattate di Tundayme. "Stiamo lavorando perchè il governo prenda coscienza che si deve cambiare il modello. Dobbiamo cercare nuove forme di economia - spiega Sanchez -. Il problema è che la miniera è sinonimo di corruzione, lo vediamo anche in altri paesi. Finché il governo non ha la forza di controllare la corruzione, vivremo sempre più poveri".
La Cascomi ha chiesto all'Assemblea nazionale un quadro normativo conforme al recente referendum, in cui ha vinto il "sì" alla riduzione delle aree di sfruttamento . "Proteggiamo come custodi questi territori, che sono un patrimonio del Paese e del mondo. Se si può vivere nelle grandi città, è grazie all'aria generata qui, in queste zone dell'Amazzonia, nelle nostre foreste. Sappiamo che quando queste compagnie se ne andranno, lasceranno solo distruzione dietro di sé, non possiamo permetterlo!" conclude Sanchez.
Suor Mariángeles Marco Teja, delle Orsoline di Gesù, che si occupa della cura pastorale di queste famiglie, spiega all’Agenzia Fides: “La situazione di queste persone è peggiorata notevolmente. Continuano a vivere in condizioni di povertà e la disperazione comincia a farsi vedere, in assenza della giustizia". “Come Chiesa - continua la religiosa - lavoriamo insieme a loro affinché gli sia restituita la dignità. Attualmente li seguiamo a livello psico-sociale, con una sorella psicologa, per guarire ferite individuali e collettive. Inoltre stiamo iniziando un progetto produttivo con le famiglie più bisognose della comunità”.
A Tundayme, spiega suor Mariángeles, questo gruppo di famiglie che amano la loro terra e si sentono custodi della creazione, ha assunto una posizione di resistenza, di difesa del territorio. "Ma questa posizione li ha costretti a subire le misure repressive dello Stato e della compagnia", "perché senza terra non c'è vita, non ci sono diritti", spiega la suora con dolore. "Nel coinvolgimento con loro, la Chiesa assume il proprio ruolo, camminando con le persone più umili che sono protagoniste della storia, cercando di vedere la situazione dal punto di vista di Dio. Non possiamo avvicinarci alla verità con gli occhi dei potenti, che sono sempre intrisi di interessi" conclude suor Mariángeles.
AFRICA/CONGO RD - Ancora violenze mentre il mondo prega per la RDC e il Sud Sudan
24/02/2018

Kinshasa - Mentre oggi, 23 febbraio, si celebra la giornata mondiale di preghiera e digiuno per la pace nel mondo e in particolare per la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan, indetta da Papa Francesco, continuano a giungere all’Agenzia Fides notizie di violenze dalla RDC.
Domenica 18 febbraio sconosciuti hanno rapito un sacerdote cattolico. Si tratta di don Idelphonse Myatasi, parroco di Visiki, rapito insieme al suo autista a Kambya, sulla strada tra i villaggi di Cantine e Mabalako nel Territorio di Beni, nel Nord Kivu, nell’est della RDC. Il sacerdote e l’autista sono stati liberati il 19 febbraio sembra grazie alla forte pressione della popolazione.
Secondo l’organizzazione locale per la difesa dei diritti umani CEPADHO, la zona è piagata da rapimenti a scopo di estorsione che ultimamente non risparmiano neppure i sacerdoti.
Il 17 febbraio sono stati rapiti quattro operatori dell’Ong “Hyrolique sans Frontière” nel Territorio di Rutshuru, sempre nel Nord Kivu. I corpi di due di loro sono stati poi ritrovati con ferite da armi da fuoco.
Secondo la testimonianza di uno degli ostaggi sopravvissuti, che è riuscito a fuggire dalle mani dei suoi rapitori, la morte dei due suoi compagni è avvenuta quando i sequestratori hanno incrociato un gruppo armato rivale. Nel susseguente conflitto a fuoco sono rimasti uccisi i due ostaggi. Il quarto ostaggio è stato in seguito liberato dopo il versamento di un riscatto.
Il rapimento dei tecnici dell’ HYFRO, una Ong locale con base a Goma, rischia di accentuare le tensioni etniche tra le diverse comunità nel Territorio di Rutshuru. I rapitori infatti appartengono alla milizia Hutu, Nyatura, un gruppo etnico di origine rwandese che si scontra spesso con i locali Nande.
Le tensioni in effetti sono sfociate in violenza il 20 febbraio, quando a Mutanda, nel nord-ovest del Territorio di Rutshuru, gruppi di giovani delle comunità Nande e Hunde hanno incendiato diverse abitazioni della comunità Hutu. I giovani hanno affermato di voler vendicare l’uccisione di un membro della comunità Hunde, ucciso nella notte da presunti miliziani Nyatura. Secondo il CEPADHO, tutta la comunità Hutu è stata cacciata da Mutanda. Secondo il CEPADHO “occorre imporre con urgenza l’autorità dello Stato nell’area per evitare un’escalation di tensioni etniche tra Hutu, Hunde e Nande. Altrimenti gli sforzi di pacificazione del governo e della MONUSCO saranno resi vani”.
Come ricorda la Rete Pace per il Congo “Nella Repubblica Democratica del Congo, i continui rinvii della tenuta delle elezioni presidenziali sono una delle maggiori cause delle attuali violenze. Le autorità hanno recentemente posto il 23 dicembre 2018 come data delle votazioni. Ma è da fine 2016 che il leader congolese, Joseph Kabila, 46 anni, dimostra di voler ritardare il più possibile l’inizio del processo elettorale e mantenersi al potere quando la Costituzione del paese gli impedisce di candidarsi per un terzo mandato. Le attuali ostilità hanno provocato circa 4 milioni di sfollati in tutto il Paese. Nel nord-est del territorio, soprattutto nella regione del Kivu, la popolazione è infatti vittima di numerosi gruppi armati, spesso finanziati da uomini d’affari e politici con l’obiettivo di sfruttare le preziose risorse del sotto suolo. Nella provincia centrale del Kasai, invece, sono più di 3,300 i civili rimasti uccisi nell’ultimo anno di combattimenti in oltre 40 fosse comuni scoperti”. Mentre per quel che concerne il Sud Sudan, si sottolinea che “In Sud Sudan, da quattro anni si vive le atrocità di una brutale guerra civile difficile da decifrare. Secondo le ultime stime, sono circa 3,5 milioni i profughi in tutto il territorio o nei Paesi limitrofi. In più, il Paese è stato colpito all’inizio del 2017 da una drammatica carestia che ha avuto un grave impatto su circa 5 milioni di civili, metà della popolazione”.


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