Suor Maria de Giorgi, missionaria ad gentes in Giappone, impegnata nel dialogo interreligioso

02 dicembre 2020

Dalla sua biografia emerge quanto la sua famiglia d'origine, le frequentazioni giovanili abbiano inciso in modo determinante nel suo cammino umano e vocazionale. Secondo lei quale è stato l’ambito dove maggiormente ha avvertito questa influenza? Ci racconti un episodio significativo. 

Direi che i diversi ambiti hanno interagito positivamente anche se la mia famiglia ha avuto un ruolo determinante. Ricordo un episodio per me decisivo. Avevo scelto di specializzarmi in antropologia culturale e, poiché già sentivo in me un forte interesse per la missione, desideravo andare in Africa a completare le mie ricerche. Per non pesare sulla mia famiglia, pensai di cercarmi un lavoro per pagarmi il viaggio e il soggiorno in Africa. Quando comunicai il mio progetto ai miei genitori, mi ascoltarono e non dissero nulla. Due giorni dopo, però, mia madre mi consegnò una busta e mi disse: «Questi soldi te li dà papà. Se serve alla tua vita, vai, fai quello che devi fare, scegli e decidi». Parole che mi risuonarono dentro come una consegna. Dopo qualche mese, partii per il Congo. E la mia vita cambiò. 

La sua scelta missionaria: perché Missionaria Saveriana? Come è avvenuto l'incontro con questa realtà che poi sarebbe diventata la sua famiglia religiosa?

È il caso di dire che le «vie del Signore sono infinite». Sono cresciuta in un ambiente dove la presenza comboniana era l’unica che conoscevo. Un giorno mi capitò di visitare una Mostra missionaria a Varese. Il Padre che la gestiva, quasi scrutandomi, mi chiese di dove fossi. Risposi un po’ da sbarazzina: «di Venegono, dove c’è la “fabbrica dei preti”» (a Venegono Inferiore c’è il Seminario arcivescovile di Milano). Il Padre non commentò. Mentre stavo per uscire, però, mi mise una mano sulla spalla e mi disse: «Ciao. Arrivederci e ricordati che c’è anche la fabbrica delle missionarie non solo quella dei preti». Era un missionario saveriano: fu così che scoprii il mondo saveriano…

A parte un brevissimo periodo missionario in Italia, è il Giappone la meta della sua missione. Come ricorda gli inizi del suo percorso missionario nel Paese del Sol Levante? Quali le difficoltà e quali invece le sorprese?

Arrivai in Giappone nel 1985 e cominciai subito lo studio della lingua giapponese, studio esigente e mai finito, ma anche stimolante. Per chi viene da fuori, la lingua e la cultura giapponese rappresentano indubbiamente la “grande sfida”. L’inserimento non è facile né scontato, ma devo riconoscere che ho trovato molto aiuto e comprensione nei giapponesi. È mondo un esigente ma anche molto affascinante. 

Ci aiuta a capire meglio in cosa consiste la sua missione in Giappone, il suo essere missionaria "ad gentes"?

Il mio essere missionaria ad gentes in Giappone ha il solo scopo di annunciare e testimoniare Gesù e il suo vangelo al popolo giapponese. Nel 1987 mi è stato chiesto di prestare il mio servizio missionario presso il Centro di spiritualità e dialogo interreligioso Shinmeizan che stava per iniziare nella Prefettura di Kumamoto per iniziativa del saveriano P. Franco Sottocornola. È qui che ho potuto conoscere la tradizione e l’eredità spirituale giapponese e soprattutto scoprire come la grazia di Dio lavori misteriosamente nel cuore di coloro che lo cercano sinceramente. Davvero come ha scritto S. Giovanni Paolo II nella Redemtporis Missio: «il dialogo è una via verso il Regno e darà sicuramente i suoi frutti, anche se tempi e momenti sono riservati al Padre» (n. 57).  

Il Centro di spiritualità e dialogo interreligioso Shinmeizan che lei ha visto sorgere è stato anche il cuore pulsante della sua attività missionaria. Quali sono oggi le attività più interessanti che state conducendo?

Come Centro di spiritualità e di dialogo, Shinmeizan ( per approfondimenti www.shinmeizan.com/it/ ) ha cercato di coltivare le “quattro forme di dialogo” di cui parlano i documenti della Chiesa: dialogo della vita, dialogo delle opere, dialogo degli scambi teologici; dialogo dell’esperienza religiosa. “Cuore pulsante” di ogni forma di dialogo è l’incontro interpersonale: con la gente del nostro villaggio; con i visitatori e gli ospiti provenienti dal Giappone e dall’estero. Vi sono poi visite a templi e sedi di organizzazioni religiose, conferenze, corsi di formazione al dialogo, seminari, la richiesta di articoli per riviste, ecc. Per quattordici anni ho tenuto corsi trimestrali sul dialogo alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Da sedici anni sono coinvolta nel lavoro della Commissione per il dialogo interreligioso della Conferenza Episcopale Giapponese e, ora, con il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso di cui sono stata recentemente nominata Consultore da Papa Francesco.

Quali sono oggi a suo avviso le sfide più importanti inerenti il dialogo interreligioso in Giappone e in Asia?  

Già negli anni ’70, la Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche presentava il dialogo interreligioso come una priorità della missione nel Continente. Molto è stato fatto ma moltissimo resta ancora da fare soprattutto a livello di formazione. Come «parte della missione evangelizzatrice della Chiesa» (RM 57), le sfide del “dialogo” sono inscritte nella sua stessa natura. Come già scriveva S. Giovanni Paolo II nella Ecclesia in Asia: «Non ci deve essere nessuna abdicazione né falso irenismo, ma la testimonianza reciproca per un comune progresso nel cammino di ricerca e di esperienza religiosa e, al tempo stesso, per il superamento di pregiudizi, intolleranze e malintesi». Ancora lungo è il cammino che ci attende.